Ma che cosa cazzo state dicendo tutti?

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(La mia faccia quando leggo certi articoli e certi status e mi chiedo se siano una supercazzola o meno)

Ci tengo davvero tantissimo a mettere, sempre, un disclaimer prima dei post che scrivo e pubblico: questo è il luogo dove ho sempre cercato di spiegare, con parole molto semplici, le mie idee, e di distruggere le cazzate che leggo in giro. Ci tengo particolarmente a porre l’accento sul “parole molto semplici”: non sono una dottoranda, non ho scritto saggi, non mi sono manco mai laureata, non scrivo di femminismo su Vice (lol) o su qualunque altra piattaforma online, né tanto meno mi rispecchio totalmente in quella parola, e non l’ho mai nascosto. Qui ci sono i discorsi che faccio con le amiche, le chiacchiere da bar, quel linguaggio lì che forse, troppo spesso, viene considerato sbagliato e da ignoranti e che invece è il linguaggio che a me piace di più, che vi devo dire, sarà che sono cresciuta a Guidonia. In questo post non troverete citazioni auliche, non troverete linkati saggi in russo antico, questo blog è sempre stato più Refinery 29 che il New York Times, scrivo le parolacce, faccio gli errori, e sono fiera di questo. Il modo in cui molti pseudo-intellettuali, ormai, si pongono su internet mi fa spesso pensare a delle super cazzole. Paroloni messi in sequenza che nessuno capisce, ma fanno finta di capire, e allora via di condivisioni perché se dici “boh, io non ci ho capito manco mezzo cazzo” sei scema e ignorante tu.

C’è stata la festa della donna e mi sono dovuta incazzare. Ho scritto questo post il giorno 9 marzo e poi non l’ho pubblicato per non fare sempre la parte della solita vecchia trombona spaccaminchia, ma scrivere mi mancava così tanto che gli status su Facebook non mi bastavano più, quindi bentornata a me. Ormai passo le giornate a bestemmiare su Telegram con la mia amica Marzia che, povera, mi deve sopportare (ecco, quello linkato è il suo medium, lì troverete le cose che scrivo io ma scritte da una persona che questa roba qui la studia e che porta avanti dei discorsi con più competenza di me, vi invito a farvi un giro. Lei è la mia New York Times personale).

La festa della donna è importante per tanti motivi che non è mio compito spiegarvi. Negli anni la storia un po’ è cambiata: la lotta si è diversificata, forse evoluta, e anche se le motivazioni sono di base sempre le stesse, allo stesso tempo sono diverse. Una donna può vivere l’otto marzo come meglio crede: come una giornata per scendere in piazza, una giornata per stare con le amiche, una giornata per farsi regalare la mimosa, per quanto mi riguarda anche come una giornata per andare a sbronzarsi in discoteca sculettando sul cubo.

Il punto è che, ancora, vogliono spiegarci quanto sbagliamo a lamentarci ancora, perché ormai non c’è più un cazzo da lamentarsi: il sessismo ce lo siamo inventate noi, il gender pay gap è stato risolto anni fa, e guarda quella lì che oh fa il CEO di un’azienda, cioè dico, lo vedi il progresso? Di che ti lamenti?

Incredibilmente non sono riusciti a chiudere quelle boccacce saccenti nemmeno il giorno della nostra cazzo di festa (che poi non è una festa blablabla e ok, per me la base è che è il mio giorno, ne ho uno l’anno e almeno quel giorno vorrei leggere meno stupidate).

Con la sopra citata Marzia, molto spesso, ci viene voglia di arrenderci. Davvero c’è ancora bisogno di dire sempre le stesse cose? Dove la troviamo la forza di combattere un qualcosa che non ha senso combattere, perché è così e basta? Ogni volta, però, finiamo per dirci “ma col cazzo che stiamo zitte”. Perché è così che funziona, come quando a un bambino vieti di mangiare il cioccolato e poi te lo ritrovi sul tappeto come con la faccia marrone e la pancia dolorante, come quando un ragazzo pensa che sparire mi faccia arrendere e invece io continuo a scrivergli fino a quando non mi dice cosa sta succedendo. Più pensate che staremo zitte, e più parleremo. Deal with it.

La voglia di riprendere in mano questo post me l’ha fatta venire questo articolo di Rivista Studio, condiviso da Valentina. Ecco: se pensavamo che delle nostre parole non ce ne fosse più bisogno, questo è l’esatto motivo che deve farci capire che è proprio l’esatto contrario.

Il succo del discorso è il seguente: Emma Watson è bella, intelligente e secchiona (non solo in Harry Potter, no, lei è secchiona nella vita e non lo ha mai nascosto) e da anni è la paladina di alcune battaglie sociali. Ora, Emma, tu sei bella, perché vuoi essere anche intelligente? Perché vuoi a tutti i costi apparire socialmente impegnata? Perché non vai a farmi un panino col salame mentre canti le Little Mix? Chi ha scritto il pezzo ci tiene a farci sapere che lui Emma Watson la conosce da quando aveva nove anni (gnegnegne, rosicate stronzi) ed era già un bel palo nel culo. Perché insomma, hai nove anni, torna a giocare con le bambole (come insegna Michele Monina, che a me lo ha detto quando di anni ne avevo 27 ma i 7 sono i nuovi 10, si sa, noi maturiamo dopo) o torna a leggere Topolino. Smettila Emma, gli sporchi soldi figli del capitalismo che stai guadagnando per aver recitato in un kolossal (aka la Bella e la Bestia, dove interpreta Belle e dove ha spiegato più e più volte che il suo personaggio è un’eroina femminista ma no, facciamo finta che stia recitando ne La Società dei Magnaccioni e grazie a questo ruolo si stia per comprare una casa sull’Isola Tiberina, avendo dunque accettato un ruolo degradante per la sua persona solo per fare del cash). Insomma, vuoi fare la femminista? Allora per favore vai a guadagnare 1000 euro al mese da Calzedonia o fai la cameriera in nero, non ti depilare e non ti truccare.

Valentina, condividendo il post, scrive queste parole:”Ragazze, se siete belle per favore cercate di trattenere l’intelligenza. Evitate di essere brave in più di una cosa. Evitate di esprimere interesse per questioni etiche e politiche. Non fate le secchione e per amor di Dio, non fate le sexy. Decidete se appartenere alla categoria delle brutte e intelligenti o belle e sceme, così non ci saranno uomini (etero o gay che siano) a rigurgitare su di voi il proprio livore maschilista. Insomma, almeno non vi beccherete delle “gattemorte”. L’unica cosa che posso aggiungere è che, evidentemente, chi lo ha scritto non conosce me e le mie amiche, e un po’ mi dispiace per lui.

Ma andiamo avanti con il post originario, quello sul post-otto marzo:

  1. Per capire il senso dello sciopero delle donne, ideato dalle stesse persone che hanno ideato la meravigliosa Women’s March, bastava aprire google. L’iniziativa #daywithoutawoman era molto semplice: come sarebbe il mondo senza le donne? Bene, dimostriamolo l’otto marzo. Non siamo state obbligate a partecipare o a condividere l’idea, io sono una libera professionista a partita iva quindi non potevo non lavorare, o sarei andata solo contro me stessa. Non c’era scritto da nessuna parte che, non partecipando, vi sarebbe stata tolta la tessera di brava femminista. Eccolo spiegato sul sito: “We encourage everyone who cannot strike from work to show your support by wearing red in solidarity on March 8th.We recognize that some of the 82% of women who become moms, particularly single mothers, may not have the option of refusing to engage in paid work or unpaid child care on March 8th. Many mothers have always worked and in our modern labor force, almost half of all households are women-lead, yet motherhood remains the number one predictor of poverty and a woman’s earning potential is diminished further with each child.  We strike for them. Many women in our most vulnerable communities will not have the ability to join the strike, due to economic insecurity. We strike for them. Many others work jobs that provide essential services, including reproductive health services, and taking off work would come at a great social cost. We recognize the value of their contribution.” Insomma io non ho scioperato ma ho indossato una maglietta rossa, sono andata in piazza Duomo per assistere alla manifestazione del collettivo Non Una di Meno e bon, fine.

2. Il so-called femminista Matteo Bordone ha scritto un pezzo terribile. Brutto, sbagliato, offensivo. Peccato, perché credo davvero che Bordone abbia a cuore la causa femminista e non lo ha mai negato e peccato perché, per un lungo periodo della mia vita, l’ho visto come un esempio da seguire. Bordone ci dice, neanche troppo velatamente, che non tutte le donne sono uguali. Eppure il nome della giornata era INTERNATIONAL WOMAN DAY. “Nella manifestazione dell’otto marzo ci saranno abortiste polacche, lavoratrici italiane, femministe arrabbiate, lesbiche militanti, un pezzo del mondo LGBT+, sindacati che si oppongono alle politiche del governo, varie ed eventuali.” E scusate, non sono forse tutte donne? Dovrebbe esserci una giornata per ogni sotto-categoria, o possiamo fare un po’ lo stracazzo che vogliamo in quanto donne? Quindi se fossero scesi in piazza anche degli uomini sarebbe stato un problema? ” I migranti possono manifestare come migranti; i trans anche; gli europei a Londra che rischiano di essere cacciati; i lavoratori di un’azienda che sta per chiudere. Ma le donne possono scioperare e manifestare come donne? Come fossero una specie a parte?” Mh, sì? “Perché altrimenti sciopero e manifestazione diventano un calderone che comprende tutto, in cui si chiede talmente tanto da non chiedere nulla di specifico, se non di essere riconosciute come donne. E mi pare poco, nel 2017.” Mattè, sei donna? Sai cosa vuol dire essere donna? Sai se veniamo o meno riconosciute come donne ogni giorno? No, e allora lascia parlare chi sa. Lottiamo per quello che vogliamo, come vogliamo, quando vogliamo, e scusa la volgarità ma no, non può essere un uomo a dirmi che sto sbagliando nel mio tentativo di essere riconosciuta come donna.

3. Lo sciopero dei mezzi era una cazzata, su questo sono d’accordo con Bordone, ma il punto è sempre quello: se ci si informasse un pochino, prima di sparare cazzate, non succederebbero questi episodi. Credo che quelli dell’atm abbiano letto “sciopero” e basta, senza considerare tutte le sfumature che ho scritto nel punto 1. L’otto marzo sarei dovuta andare a teatro e invece non ho potuto, sono dovuta tornare a casa a piedi attraversando Milano di notte, e non è esattamente un regalo per una donna il giorno della festa della donna. Avrei apprezzato il contrario: un potenziamento dei mezzi, una giornata senza far pagare il biglietto (a nessuno, e lo spiegherò meglio nel punto successivo), uno dei tanti car sharing che mettesse a disposizione delle macchine gratuite. E invece eccoli lì, a ridicolizzare tutto, a far passare il messaggio che per colpa di quattro stronze che vogliono stare a casa un giorno o che combattono affinché la violenza non sia più il trend del momento le città hanno avuto disguidi, i poveri uomini indifesi hanno dovuto sottostare a un capriccio, e blablabla. E vabbè.

4. Da qualche tempo un sito chiamato Staizitta porta avanti una serie di battaglie che non mi trovano assolutamente d’accordo, ma tant’è, libere loro di andare avanti e libera io di dire che non è esattamente così che mi sento rappresentata. Il pezzo in questione è questo e ci vuole spiegare quanto la pubblicità della Vodafone per l’otto marzo sia sbagliata e sessista. Ora: sì, sono una cliente Vodafone, ma la Vodafone non mi ha mai regalato manco mezzo giga. Sì, mi hanno mandato un cuoricino su Twitter, ma non mi hanno pagata per scrivere queste parole. Lo spettro del sessismo è un mostro orribile e che va combattuto ogni giorno, ma bisogna stare attenti a non urlare ai quattro venti questa parola a caso, altrimenti perde di significato e diventa un po’ come un “e allora le foibe?” rivisitato. Vodafone Italia ha supportato la campagna HeforShe, per fare un esempio a caso. Il punto è questo: secondo Staizitta un uomo che in una pubblicità parla delle donne per augurare solo buona festa della donna e per gridare al mondo intero che le donne meritano rispetto è sessista. Sessista è anche regalare dei giga a tutti, donne e uomini, e non solo alle donne. La base delle battaglie di questo femminismo moderno è l’uguaglianza, punto. Allora perché un uomo non può parlare della festa della donna? Cosa c’è di così offensivo in un uomo che recita le parole “dobbiamo imparare da loro e – soprattutto – mai darle per scontate”. Ma ce ne fossero di più. L’auto-ghettizzazione che pezzi come questo fanno trasparire è allarmante e non ci aiuta. A me non frega nulla di avere i giga solo per me, a San Valentino sono stati regalati giga a tutti, non solo a chi ha mandato un selfie aftersex per dimostrare di essere fidanzato. Mi piace l’idea che un uomo possa avere dei giga gratis come me nel giorno della mia festa. Mi piace pensare che un uomo possa descrivere il suo amore per le donne il giorno dell’otto marzo. Mi piace pensare se esistesse una giornata dell’uomo (come molti luminari hanno richiesto sui social, dimostrando di avere nel cervello la particella di sodio dell’acqua Lete che si è calata l’md) i giga la Vodafone non li regalasse solo all’uomo. Mi piacerebbe non leggere più la parola “sessista” a caso perché è una parola forte e offensiva che voglio usare solo verso chi se la merita. E mi piacerebbe, soprattutto, che la smettessimo di darci la zappa sui piedi come stiamo facendo, dando agli uomini la possibilità di dirci frasi stupide quali “tu vuoi più diritti per toglierli a me” no, io voglio gli stessi tuoi diritti, prenditi ‘sti cazzo di giga e lasciami i miei, e impara come si parla delle donne da Patrick Dempsey, o da chi ha scritto le parole di quella pubblicità (mi piace pensare che sia stato un uomo a scriverle, scusate, vivo sempre nel magico mondo degli unicorni, almeno quell’aspetto della mia vita non è cambiato).

5. Mi sono imbattuta sui seguenti status su Facebook: “#LottoMarzo. È ignobile persino l’hashtag” e “Tanti auguri agli uomini che si ricordano di quanto le donne siano speciali ogni giorno, e alle donne che non hanno bisogno di una ricorrenza e di uno sciopero per sentirsi tali”, scritti dalla stessa persona. Ho commentato il primo, chiedendo come fosse possibile usare la parola “ignobile”, questa è stata la conversazione:

Lui: “Sì. Vecchio, abusato, anacronistico, superato. Sono anni che giochiamo sul “lotto / l’otto” / “marzo / m’arzo”. Sappiamo fare di meglio.”
Io: “Vecchio, abusato, anacronistico (?) e superato non sono la stessa cosa di ignobile. E ha un significato così forte che anche sticazzi del nome.”
 Una ragazza che non so chi sia e che però sa aprire wikipediaignobile /i’ɲɔbile/ agg. [dal lat. ignobĭlis, in origine “sconosciuto; non distinto; comune”, der. di gnobĭlis, forma ant. di nobĭlis “nobile”, col pref. in- “in-²”]. – 1. (lett.) [che non è nobile di nascita, di bassa condizione sociale e sim.] volgare e comune, insomma! ;)”
 Lui: “grazie, gentilssima come sempre: sapevo di non essere nel torto, ma una conferma non dispiace. 🙂 (E, comunque, Denise: il significato forte ce l’aveva una decina d’anni fa. Ora è solo un banale calembour, temo.)”
 Io: “Conoscevo già il significato della parola, grazie, e sono in grado anche io di googlare. Continuo a non capire come, cito, “privo di nobiltà d’animo e di dignità” possa essere un aggettivo giusto da utilizzare, né tantomeno come tu possa pensare di non essere nel torto. E, per finire, non sei una donna, quindi non capisco come tu possa giudicare cosa abbia o non abbia un significato forte per noi. Evidentemente chiedervi, almeno oggi, di non dire stronzate era davvero troppo, lo capisco.”
Ed eccolo qui, il mansplaining dell’otto marzo: un uomo che ci dice cosa debba o non debba avere significato per una donna. Nel giorno della festa della donna. MMMM, OKAY.

Potete, per piacere, finirla di dirci come dovremmo sentirci, come dovremmo festeggiare o meno la nostra festa, come dovremmo comportarci?

Potete, per piacere, smetterla di far trasparire questo odio profondo nei contronti del maschio dominatore che ci fa passare tutte per delle vecchie rompicoglioni?

Potete, per piacere, accendere il cervello la mattina quando aprite gli occhi e mettervi in testa che non è per forza sempre necessario dire la propria su qualunque argomento e in qualunque luogo del magico internet?

Potete, per piacere, arrivare a capire che essere donna non è un cazzo facile e che no, scusate, ma non lo potete sapere, così come io non posso sapere cosa voglia dire avere una protuberanza in mezzo alle gambe che non saprei davvero dove sistemare all’interno delle mutande?

E voi, amiche mie: essere le Leia Organa del vostro quartiere è una figata pazzesca e vi fa onore, ma attenzione alle trappole: già non vedono l’ora che stiamo tutte zitte, se diamo loro anche solo mezza motivazione per tirarci giù, poi per tirarci su ci vuole la gru, e dobbiamo ricominciare tutto dall’inizio.

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