Il quarto Natale.

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Il primo anno sei spaesato ma fai finta di tenere botta perché il primo che crolla è debole e nessuno vuole avere quella parte, “abbozzi” come diciamo a Roma, ma è un Natale che fa schifo.

Non sei preparato, è tutto nuovo. Nessuno si guarda negli occhi, nessuno sorride, a nessuno interessa di Sister Act alla tv.
Il secondo anno ci riprovi ma crolli subito, al primo broccolo fritto. Ti senti un broccolo fritto pure tu. A un certo punto tutti hanno gli occhi lucidi, chi si chiude in bagno, chi corre a lavare i piatti, chi esce in giardino. Ti guardi intorno e non è com’era un tempo, mangi svogliatamente, vai a letto prima di mezzanotte, non vedi l’ora che tutto finisca.
Il terzo anno fai finta di niente e fanno tutti la stessa cosa. Tre è il numero perfetto. Pensi “dai, mh, ok, ce l’abbiamo fatta”. Sarà che è arrivata già l’abitudine. O la bandiera bianca. Ti chiedi cosa sia cambiato rispetto all’anno prima ma smetti subito di farti domande, nonno racconta di nuovo le barzellette, nonna piange sempre ma lo fa di nascosto, tornano le foto tutte insieme senza pensare al fatto che mancherà sempre qualcuno da immortalare. A un certo punto, però, inizia tutto a scricchiolare. L’intonaco cade giù. Ti trascini fino al divano, fissi il vuoto e resti lì.
Il quarto anno ci riesci. Finalmente ce l’hai fatta. È già arrivata l’abitudine. Ti svegli che va tutto bene, anche se hai fatto casini, anche se non hai ricevuto i suoi auguri di Natale o le risposte che volevi, anche se non hai ricevuto il regalo che avevi chiesto a Babbo Natale, anche se il giorno prima hai litigato con trenitalia. Ti svegli così senza un vero motivo ma non ti fai nemmeno troppe domande. Metti sempre un posto in più a tavola, ne parli al presente, immagini il regalo che avresti potuto comprargli se fosse ancora qui ma sei serena. Nessuno piange a tavola, ché tanto piangiamo già tutti gli altri giorni. Addirittura sorridono, il cibo torna ad avere un sapore. Il vino torna a essere un piacere e non un mezzo per non pensare.

Buon Natale a tutti, ma un po’ di più a chi fa i conti con il primo anno, il secondo, il quarto,  il ventesimo. A chi avrà sempre un posto vuoto a tavola, a chi al quarto anno ancora non riesce a sorridere. Sorriderete.
Quest’anno, finalmente, buon Natale posso dirvelo anche io.

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