Sono una donna, non sono una mamma.

Guardo i bambini degli altri, spingo i passeggini degli altri, prendo in braccio i bambini degli altri e lo faccio da anni, ma ogni volta mi sento come se fossero un po’ i miei. Mi piacciono i bambini probabilmente perché sotto molti aspetti sono infantile quanto loro. Mi piacciono quelli nati da poco e se prendo in mano una maglietta di superman da h&m scoppio a piangere, se vedo un bambino col muso al supermercato mi avvicino e chiedo se va tutto bene perché i bambini, almeno loro, meritano di essere sempre felici.

Fino al mio diciottesimo compleanno avevo ben chiaro nella testa come sarebbero andate le cose nella mia vita, avevo pianificato che i figli li avrei fatti dopo i trent’anni, così come i miei genitori avevano fatto con me, mi sarei goduta la vita e mi sarei tolta tutti gli sfizi possibili e immaginabili prima di mettere al mondo una creatura che, nel bene e nel male, mi avrebbe tolto molta della mia libertà, perché essere genitori è una responsabilità, i figli non si fanno a caso, non è esattamente come andare a comprare un paio di sandali a 12 sterline da Primark, questo bisogna averlo ben chiaro in testa. Era il periodo in cui mi sentivo la più alternativa e sognavo di girare il mondo, di amare un sacco di uomini perché uno solo non mi sarebbe bastato, mi sarei vantata della mia ribellione e così avrei avuto un bel fardello di storie da poter raccontare ai miei figli, di quelle tipo “mia madre una sera ha bevuto una birra con Nanni Moretti e il giorno dopo era a New York a intervistare David Bowie”, sarei stata forse più vecchia delle altre mamme ma con una vita entusiasmante.
Compiuti i diciotto anni però, quando credi che tutto cambierà radicalmente e invece al massimo puoi andare a votare per quattro stronzi o guidare una macchina che sicuramente distruggerai, non so cosa mi sia scattato nella testa, forse quella tanto attesa maturità mi ha annebbiato completamente il cervello e ho iniziato a voler comprare le scarpine e le tutine e i pannolini, pensavo che in quattro anni sarei stata una giovane e brillante laureata con un’altrettanto brillante carriera in ascesa nel mondo del giornalismo, assunta da Rolling Stone, presentatrice a Deejay Tv, il sogno era lo stesso ma senza il giro del mondo e senza la goliardia, mi stava bene anche stare solo in una città, fare gli orari da ufficio, e quindi la mia voglia di diventare madre ha preso il sopravvento e ho iniziato a pianificare – con estrema convinzione – la mia inseminazione artificiale, perché il pessimismo è nato con me e non mi lascerà mai, e se prima sognavo tanti uomini, poi anche uno solo mi sembrava impossibile. Ho spaventato le mie amiche raccontando il mio futuro matrimonio che è già pronto nella mia testa, le spaventavo ancora di più quando parlavo di voler avere due gemelli con i capelli rossi. Poi le cose – e questo è sotto gli occhi di tutti – sono andate diversamente, e forse menomale. Chissà perché il mio cervello è così pieno di contraddizioni, perché un giorno voglio una cosa e il giorno dopo ne voglio un’altra. Un giorno compi diciotto anni e il giorno dopo ne hai già venticinque, della vita ci hai capito poco e niente, non hai un lavoro stabile e non sei stabile nemmeno tu, quindi di figli non ne se parla. Quando sono arrivata a Londra, però, mi sono trovata catapultata nella vita che sognavo a diciotto anni, e ho capito che no, non ci avevo capito proprio un cazzo, io voglio bere ancora una valanga di mojito e andare a un miliardo di concerti, perché anche se i genitori che portano i figli ai concerti sono una delle cose che preferisco di più al mondo, vederseli senza un nano attaccato alle ginocchia è sicuramente un’altra cosa. Almeno per quanto riguarda il fattore “saltare durante Icky Thump”. Mentre da noi in Italia le mamme sono sempre più avanti con l’età (o sedicenni, in effetti non conosciamo affatto le mezze misure, e questa è una delle poche a rendermi italiana), qui la tendenza è esattamente inversa, le mamme conducono quella vita che mi ero prefissata io, finiscono gli studi giovani, trovano subito un lavoro, e tac, iniziano a sfornare piccole canaglie maleducate e sempre con i piedi neri. Per questo motivo ogni volta che porto i tre figli del diavolo al parco mi scambiano per la loro madre, e da una parte mi sento una sfigata a parlare con donne della mia stessa età che hanno una vita già così scandita da ritmi serrati mentre io magari domani parto per la Spagna e ci resto sei mesi, e che hanno avuto il coraggio di mettere da parte l’egoismo accettando di essere responsabili per un’altra persona, ma dall’altra c’è ancora così tanto da vedere nel mondo e ho ancora così tante cose da capire di me stessa.

Io che non lo so come si fa la madre perché non l’ho mai vista fare dentro le mura di casa mia, e che sono sempre stata spaventata dall’idea di dover imparare da zero un qualcosa di così importante, ma sette anni fa ero più coraggiosa e mi sembrava possibile. Potrei essere un ottimo padre, forse, ma non è il ruolo che la natura ha pensato per me. Comunque ci sono delle cose che non sapevo e che adesso so, perché anche se ho fatto la baby sitter e l’animatrice del mini club, tenere dei bambini tutto il giorno è una cosa diversa:

– spingere un passeggino è più faticoso che sollevare una libreria ikea con cento copie de “Harry Potter e il calice di fuoco” dentro. A fine percorso ho l’affanno e devo bere una bottiglietta intera di acqua;

– aprire e chiudere un passeggino è una di quelle cose che ti pone davanti al quesito esistenziale che spesso mi assale quando non riesco a fare qualcosa che per molti è semplicissimo, come aprire una lattina di the alla pesca senza tagliarmi o mettermi bene lo smalto sulle dita dei piedi: “ma sono deficiente?”. Perché a vederlo ti sembra così facile, ma poi quando sei lì che pigi i bottoni e tiri le leve e abbassi la maniglia ma lui non si chiude e nel frattempo i bimbi piangono perché vogliono andare a casa capisci che forse la pazienza che credevi di aver accumulato negli anni te la sei dimenticata sul comodino, ma sul comodino a Roma;

– tenere in braccio una bambina di tre anni per dieci minuti e contemporaneamente camminare è come prendere la libreria ikea che citavo poco fa e farci i sollevamenti come fanno le fitness blogger con le casse di acqua vitasnella. Le braccia a un certo punto cedono, si addormentano, provi a mettere giù la bambina prima di farla cadere a terra e lei urla che non vuole camminare e che vuole andare nel passeggino e “nooo il passeggino noooo che ancora non l’ho capito come cazzo si apre” e in ogni caso le braccia non ce la fanno più e non è che si può spingere con le gambe, ma i bambini non accettano un “no” come risposta e allora di nuovo te la tieni tra le braccia e ti sembra di portare Giuliano Ferrara;

– non posso pretendere di spiegare la vita a qualcuno se ancora non l’ho capito io.

Ho capito che mi sbagliavo di grosso quando pensavo che fosse facile, che tutti potessero diventare genitori perché è la natura che lo vuole ed è giusto così, quando soprassedevo sul detto “partorire con dolore”, ma in fondo avevo diciotto anni e votavo quelli che io credevo fossero i comunisti, è proprio vero che la maggiore età è tutto meno che maturità.

Mamme di tutto il mondo – ma mamme che fate bene il vostro lavoro, ché alcune se lo dimenticano che partorire comporta anche accollarsi il primo ciclo e le delusioni d’amore, il vedersi grassa allo specchio, fare le trecce e cucinare la parmigiana la domenica – siete le mie nuove eroine preferite, avete spodestato anche Vedova Nera.

E state tranquille amiche, sono rinsavita, ho ancora tante cose da fare prima di partorire, un giorno avrò un figlio che avrà probabilmente il mio cognome e sicuramente il nome di mio padre, nel frattempo, però, mi sta bene continuare a spingere i passeggini degli altri e sentirsi giovani rispondendo alle altre mamme “no, io sono solo la tata, io ho ancora tempo”.

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4 thoughts on “Sono una donna, non sono una mamma.

  1. Divertente, struggente e inquietante al contempo. Fare il genitore è un’esperienza a volte traumatica ma tra le avventure della vita è comunque la più esaltante. Il problema è che per quanto uno possa leggere, informarsi, provare con figli altrui, non esiste un manuale di istruzioni universale che aiuti pienamente nello svilupparsi di queata grande e intensa avventura che è crescere ed educare un figlio.

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  2. “non posso pretendere di spiegare la vita a qualcuno se ancora non l’ho capito io”
    me lo ripeto milioni di volte,di continuo.
    Insieme alle mille cose che ci sono da fare, i mille posti che ci sono da vedere, il fare,disfare, il prendere,il partire, il non dover rendere conto ad altri. cometicapisco

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    • Credo che un giorno saremo pronte per rinunciare a tutto quello che hai citato – rinuncia che però ovviamente ci porterà un tir di cose bellissime – per insegnare a qualcuno come si fa a stare al mondo. Ammesso che, prima o poi, lo capiremo 🙂
      D,

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