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La verità, ti prego, sull’amore. Conversazioni immaginate.

Quelle ciglia sono così lunghe che quando sbatti le palpebre e sei vicino a me sento l’aria smuoversi, come se stessi agitando un ventaglio. E io per quella faccia farei di tutto, la mangerei, la apparecchierei come fosse una tavola per un pranzo di matrimonio, la bacerei fino a non avere più le forze per andare avanti, la potrei disegnare ad occhi chiusi.
Che sceme che siamo noi donne, ci facciamo abbindolare da un bel faccino, e anche quando capiamo che oltre quello non c’è niente, non riusciamo mai a fare i conti col fatto che il sentimento non è ricambiato, che lui non sogna la tua faccia, non sogna il tuo corpo, e nemmeno la tua voce.
Ci sono cose che ti rendono davvero difficile la resa. Ce la metti tutta ma poi esce fuori qualcosa che ti fa capire che, per adesso, è impossibile. Basta una sola sillaba, e tutte le convinzioni si sgretolano in mille pezzi.
Che sceme che siamo noi donne. Però a un certo punto quel momento arriva per forza, ci arrivi perché non sai più che sta facendo, cosa sta pensando.
Come quando abbiamo smesso di tagliare il prato perché tu non c’eri più. Ci si arrende per forza di cose di fronte all’evidenza, che sia la mancanza, che sia il disinteresse, che sia il non amore.
– Avete smesso di tagliare il prato?
– Papà ma come, non lo vedi?
– Io vedo solo te. Denise, a che pensi?
– A niente, papà.
– Le bugie hanno le gambe corte e lo sai bene. Io devo sapere se c’è qualcuno che devo andare a tormentare nel sonno. Dimmi chi è, me lo dicevi sempre.
– Se scavi nella memoria lo trovi. Ma non serve, ho detto basta.
– Non esiste la parola basta. Non ci hai provato abbastanza. Basta si dice quando davvero hai sparato tutte le cartucce e hai finito le munizioni. Le hai finite? Te non le finisci mai. Te ne lasci sempre in tasca una, lasciando le situazioni in sospeso. Quando ero giovane io, era l’uomo a fare tutto. Si prendeva la responsabilità di provarci, di fallire, di chiedere scusa e pure di prendersi dei vaffanculo. Io ho sempre lottato per le mie donne, ho lottato anche per te. A volte ho vinto, a volte ho perso, ma non mi sono mai arreso. Nemmeno di fronte all’evidenza. Allora dimmi, ci hai provato abbastanza?
Così io prendo un foglio bianco e una penna, provo a vedere cosa ne esce. Penso a quanto era bello quando non c’erano mezzi virtuali per dimostrare il proprio interesse, quando se volevi un bacio, una carezza, una scopata, te la dovevi andare a pendere.
Quando non passavo le giornate a controllare lo status online su whatsapp, quando si mandavano gli sms e avevi sempre quel dubbio che “magari non è arrivato, magari non ha soldi, magari dove sta adesso il telefono non prende”.
Sul foglio ci scrivo che io non volevo niente di strano, che pensavo di non coinvolgere i sentimenti e invece loro sono arrivati da soli, che non è colpa tua ma non è nemmeno colpa mia, e in un minuto è già scarabocchiato a metà. Tutte queste parole su internet non sarebbero così belle. Dalla calligrafia piena lo capisci subito che sono piena pure io.

Vado avanti a elencare le cose che mi piacciono di te e sono così tante che in un foglio solo non ci entrano.

– Hai finito?
– È che ci vorrei solo passare le serate a guardare star wars e i film sui supereroi, poi rotolarci nel letto a due piazze e dormire abbracciati anche se fuori ci sono quaranta gradi. Ci vorrei fare le passeggiare in centro di notte, che Roma in estate è bella solo quando il sole non è alto nel cielo. Mangiare il risotto, bere il the, leggergli quello che scrivo e vedere se ci si ritrova dentro. E se non ci si ritrova spiegargli che, invece, è in ogni singola parola. Passargli le dita tra i capelli e prenderlo a pugni sul petto quando mi fa incazzare. Abbottonargli l’ultimo bottone della camicia, abbracciarlo forse per trasmettergli almeno la metà dell’interesse che provo io.

Poso la penna e mi sdraio. Mi giro e tu non ci sei più. Ti chiamo e non torni. Ho capito che è perché ho trovato la voglia di chiudere le situazioni in sospeso, ci sei riuscito anche stavolta.
Ti giuro che metto un punto, che se io passo il tempo a scrivere di lui e lui passa il tempo a scrivere di qualcun’altra, è chiaro che non c’è ancora molto da sperare.

A questo punto sono sicura che arriverebbe la risposta che vorrei proprio sentirmi dire in questo momento, quella che mi hanno detto in tanti ma che se la dicono gli altri non vale niente, se me la dicessi tu, invece, avrebbe tutto un altro sapore. La sento riecheggiare nella stanza, e recita così:
– Allora, Denise, sai che c’è? Che secondo me, questo, è proprio un coglione.

Gli anniversari sono fatti per essere mangiati.

Ho sempre pensato che gli anniversari non siano niente di importante, che non valga la pena festeggiare quello felici, figuriamoci quelli tristi.
In casa mia gli anniversari sono fatti per essere mandati a fare in culo, sono fatti per prendere una bottiglia di prosecco e festeggiare come se tutto fosse normale, come se essere giù di morale fosse un qualcosa di cui vergognarsi. Bisogna sempre essere quelli che danno le pacche sulle spalle agli altri e mai quelle che le ricevono, quelli che sorridono e fanno sorridere e mai quelli che si bagnano il viso con le lacrime in pubblico.
Vivi con questa convinzione per 365 giorni, finché ti svegli una mattina e pensi che il dolore te lo devi vivere un po’ come cazzo ti pare.
Non c’è forza che tenga, non c’è camomilla che aiuti, non c’è pasticca che serva. A un certo punto crollano le certezze, crollano i castelli di carte, crolli pure tu e cominci a pensare a cosa hai fatto per un anno intero, a come ti sei permessa di vivere come se niente fosse cambiato, al natale, al capodanno, al compleanno, ai concerti, alle canne, alle ubriacature, ai baci, alle delusioni.
Come ti sei permessa di pensare di poter vivere questa giornata come hai vissuto le altre.
E allora, sapete come si sopravvive?
Così.
Godiamoceli questi anniversari. Godiamoci gli occhi gonfi, le crisi di panico, le lacrime, le domande, le bestemmie, la mente che si annebbia, la valeriana, le carezze, gli abbracci, la camomilla, il vino rosso a litri, il cimitero, i girasoli, l’erba, i viaggi in macchina ascoltando le sue canzoni preferite, la famiglia e quel poco di gioia che rimane con i ricordi cristallizzati nella memoria, gli occhiali da sole per nascondesi, il trucco che cola, il mocciolo che cola, il cervello che cola.
Godiamocelo perché tanto non passerà mai, dopo il primo ci sarà il secondo e poi il terzo e sarà tutto un contare i giorni i mesi e gli anni e cominciare a fare una x rossa sul calendario il giorno del 22 Luglio, sarà tutto un flash di ricordi dolorosi dei giorni precedenti, dell’ultima notte a casa in cui non dormirai, dell’ultima notte della sua vita e di te che stai li e che sei stata l’ultima persona che ha visto.
Godiamoci la parola morte perché non deve fare più paura, la parola malattia, usciamo, festeggiamo perché noi siamo ancora qua e ancora non ci siamo ripresi, e se ci pensate bene vuol dire che quella persona merita tutto il bene del mondo.
Godiamoci le lacrime che non riescono a fermarsi nemmeno quando state schiacciati in un bus, quando ascoltate Skrillex, godetevi i pensieri più bui che arrivano anche quando siete in giro con gli amici.
Godiamoci tutto, perché c’è chi non può godersi più proprio un cazzo.