E’ un momento, poi passa. Giuro, passerà.

Ormai è quasi un anno ma sembra un momento, e invece sono milioni di momenti, e ancora non è passata affatto.

Te lo ricordi tu come erano belle le nostre domeniche?

Se vado tanto indietro nel tempo mi vengono in mente i giorni di vita da figlia di genitori separati, quelli in cui vivi con il genitore sbagliato e aspetti i giorni per vedere il genitore giusto che sembrano non arrivare mai, quelli in cui fai il conto alla rovescia sul calendario e provi a immaginare cosa succederà stavolta.

Finalmente arrivano, ed è sempre una festa.

I weekend con te erano sempre un viaggio, un’uscita, il parco, il lago, i negozi, la mano nella mano, la tua mano sulla mia testa, le scarpe da ginnastica nuove e bianche e il nostro correre insieme a sporcarle nei parcheggi, i capelli corti che a mamma non piacevano mai, e i cibi sani perché io avevo paura di Ronald Mc Donald.

I pranzi dai nonni perché per te il piatto forte era il riso in bianco con l’olio e il parmigiano e una bambina non può crescere solo così.

Il pomeriggio intero sui tappeti elastici, che a me le altre giostre non sono mai piaciute.

Poi i giri in centro con lo scooter, il gelato nella gelateria vicino al Pantheon che è il posto preferito di Roma di entrambi, e quel negozietto con il nome strano e le collanine a poco che hai svaligiato per me.

A un certo punto sono arrivati i centri commerciali e allora tutto è diventato più facile, incontravamo tante coppie padre/figlio come noi, ci scambiavamo con loro occhiate di approvazione.

Ci siamo rinchiusi in quelle mura con l’aria condizionata a cannone per tante domeniche, con la pasta al sugo al pranzo del ristorante Ciao perché io la carne non la mangiavo già più ed era tutto complicato, ma lì c’era sempre quella torta con le fragole che ci piaceva tanto.

E i negozi di sport in cui mettevamo in difficoltà i commessi del reparto corsa con le nostre domande tecniche e loro alla fine se ne andavano via sconfitti.

Siamo andati avanti negli anni, domenica dopo domenica, e io ho fatto le valigie e ho deciso di viver la vita giusta col genitore giusto, e contemporaneamente sono arrivata ad essere grande abbastanza per partire da sola per le gare, perché da un padre sportivo può nascere solo una figlia sportiva.

I miei week end in giro per l’italia, il mio primo cellulare che lo usavo solo per chiamare e mandare i messaggi a te, per dirti che andava tutto bene.

Le tue raccomandazioni, “mangia, dormi, fai la brava, spacca tutte e non innamorarti”. Tornavo a casa con la coppa, la lucidavamo insieme, la mettevamo sulla mensola insieme alle altre e ci davamo il 5.

A quel punto la domenica nostra insieme non era più la stessa, ma tu eri fiera di me e a me andava bene così.

Tanto anche quando non c’eri, c’eri sempre.

Tanto anche quando non ci sei, ci sei sempre

Il tuo provare a prepararmi la colazione che alla fine era sempre il latte bruciato e le fette biscottate gentili con sopra lo yogurt che, papà, facevano schifo, e non lo hai capito mai che lo yogurt con i pezzi non mi piace proprio per niente.

La pasta a colaizone perché “Chicca ti serve energia”.

Anche quel periodo è finito e sono arrivate le amiche e gli amici, la domenica non era più il giorno con te, era il giorno per uscire con gli altri. L’accompagnarmi ovunque,  il venire a riprendermi a qualunque orario.

Le domeniche di studio in cui dovevo stare chiusa in camera e allora mi mandavi gli sms dalla camera a fianco per dirmi che dovevo fare pausa e c’era sempre della cioccolata fondente ad aspettarmi.

E  ancora il nostro negozio aperto di domenica, te che restavi li per non lasciarmi sola, il prendere in giro le persone vestite male e il mio non saper abbinare i colori.

Fino ad  arrivare all’ultima domenica e allora la domenica non esiste più. La domenica mattina dei saluti e il pomeriggio a dormire su un letto che non era neanche quello di casa nostra.

E quella volta che mi hai comprato le scarpe con la zeppa prima di partire per la colonia e mi hai detto che ero diventata grande e che presto qualche altro maschio mi avrebbe avuta tutta per lui?

La sveglia alle due di notte per vedere la moto gp o la formula uno o le gare delle olimpiadi, e lo svegliarsi a mezzogiorno ma non dirlo alla nonna che altrimenti ci sgridava?

Le domeniche insieme sul lettone, con i film di Totò sui rai tre e io che ti spiego come funziona internet. Te che non lo capisci e mi dici che arriverà il giorno in cui dimenticherò come si prende in mano una penna e che mi si bloccheranno le mani, che pigio i tasti troppo velocemente, che non è normale.

Chiudevamo il pc, prendevamo le nostre rispettive agende e ci scrivevamo su tutto quello che ci passava per la testa.

Me lo hai insegnato tu ad annotare sempre tutto quello che mi passa per la testa, che è bello rileggerlo poi a distanza di anni.

Le cose che scrivevamo erano le stesse. Io l’ho scoperto anni dopo, quando non c’eri più tu a vietarmi di leggere quello che scrivevi su di me.

E’ quasi un anno che osservo più le persone che fumano nervosamente fuori dagli ospedali, che svuotano le macchinette per ammazzare il tempo, che camminano guardando per terra nei corridoi perché hanno gli occhi rossi e si vergognano di guardarti in faccia.

Quasi un anno che non sento l’odore del disinfettante, che non percorro corridoi da sola mentre sento solo il rumore dei miei passi, che non vedo persone piangere, sfogare la rabbia, picchiare pugni sui muri, sbattere piedi, piangere, disperarsi, salutare ed essere salutati.

Che non vedo camici, occhi stanchi, che non sento l’odore del cibo da mensa, che non mi intrufolo nei reparti fuori dagli orari di visita, che non mi faccio sgridare, che non mando a fanculo le infermiere.

Ricordo tutte le nostre domeniche e mi rendo conto di essere stata fortunata per 23 anni. Di aver avuto più di quanto altre persone avranno mai in una vita intera.

Mi rendo conto che quei giorni in cui aspettavo di poterti vedere mi hanno resa più forte, e adesso mi sembra di avere 10 anni e di stare ad aspettare la prossima domenica per prendere lo scooter, che tu avevi chiamato Jonathan Livingston, e mettermi il casco che mi andava sempre troppo grande.

Poi realizzo che la domenica è solo il giorno in cui mi ricordo che è passata un’altra, l’ennesima, settimana senza di te.

E io adesso te lo posso dire che in fondo io, la domenica, l’ho sempre odiata.