come quando dico come quando.

Quando mi succedeva qualcosa di bello e tu c’eri te lo dicevo subito, e se eravamo lontani ti mandavo un messaggio.
Non ho smesso di farlo, quindi oggi ti ho scritto “chiavi di casa prese, domattina colloquio, The Killers a Roma e Milano a giugno”, ma te non lo leggerai mai.
Non leggerai mai nemmeno gli altri.
Se avessi la forza di prendere in mano il tuo cellulare, di accenderlo e di leggere tutti i messaggi che ti ho mandato negli ultimi sei mesi mi accorgerei di averti intasato la sim.
Ma ho lasciato tutto in un cassetto del tuo comodino a 600 km da dove sono adesso.
Ti ho scritto che mi manchi e che ti odio, ti ho scritto che non sapevo come vestirmi quando dovevo uscire con quel ragazzo e che avresti dovuto insegnarmi a mangiare come una donna e non come un maiale, ti ho scritto che mi ha rifiutata nemmeno troppo elegantemente, ti ho scritto buon anno e ti ho scritto che sono arrivata a Milano e che il viaggio è stato bello.

Mi hanno spesso chiesto se quando parlo di mancanza e di vita triste senza te parlo di un potenziale fidanzato che mi ha lasciata.
Ho sorriso perché vuol dire che ho colto nel segno, sono riuscita a parlare di te come farebbe una donna innamorata col cuore spezzato.
Perché io di te sono innamorata, e tu andando via il cuore me lo hai spezzato.
Le persone ci mettono un po’ a capire che quando si parla di amore non si deve per forza parlare della persona con la quale lo facciamo, l’amore.
Fanno bene gli americani a dire i love you sia per l’amore che per l’affetto.

E adesso, come una moderna Bridget Jones, vado a mangiare degli oreo.

Come quel giorno in cui mi sono trasformata in Jess di New Girl.

(in realtà ancora non è successo ma lo sapete che ho una fantasia piuttosto sviluppata)
Sono arrivata a Milano esattamente 7 giorni fa e ancora sono una senzatetto ospite del mio caro amico Helio che porta miseria senza di lui la mia vita sarebbe ancora più miserabile.
Ciao Helio, sei il mio personale Tony Stark.
non so se avete capito che sono una donna estremamente fortunata, una serie di botte di culo che proprio Paperoga levate de mezzo, e infatti pochi giorni prima di arrivare nella città tentacolare giustamente succede quel che succede e io non ho più un posto dove andare a vivere.
E allora sguinzaglio tutte le mie (poche)conoscenze milanesi e mi sguinzaglio pure da sola e arrivo a trovare dei posti che potrebbero fare per me.
Le mie convivenze con le donne sono sempre state disastrose, e forse un po’ è anche colpa mia e del mio non essere donna affatto.
Insomma la morale della storia è che me ne vado a vivere con 3 uomini.
(E tocco ferro perchè non si può mai sapere che sfiga si cela dietro l’angolo, quindi facciamo che fino a che non sono dentro quella casa non ci credo però ne parlo lo stesso perchè mentalmente in fondo non sono del tutto normale).
Sarà che sono molto uomo anche io, sarà che ho vissuto da sola con un uomo (mio padre, figuratevi se una zitella come me ha mai provato la giuoia di convivere con un fidanzato, io di fidanzato ce ne ho avuto mezzo ed era pure mezzo andato a male come una caciotta tenuta fuori dal frigo per troppi giorni) e che quindi sono perfettamente consapevole di cosa voglia dire trovare i capelli nella doccia o la tavoletta alzata.
Pensate quanto sarà divertente quando io, in presa a crisi cosmiche derivanti da ciclo o sindrome pre mestruale o scazzi vari, urlerò come una pazza e sarò intrattabile o quando mi spezzeranno il cuore e sarò intrattabile o quando passerò ore davanti all’armadio e sarò intrattabile o quando sarò intrattabile e basta per nessun motivo perchè noi donne siamo così, pensate alle loro facce e alla loro totale resa.
I miei tre coinquilini però hanno le facce simpatiche e dei dialetti strani che mi fanno dimenticare un po’ di merda.
Sono belli, uno più di tutti, e in casa c’è un gatto, e anche se io con i gatti non ci vado d’accordo e loro odiano me finchè non mi mangia il tofu sono sicura che andremo molto d’acordo.
Esattamente come quella scoppiata di cervello di Jess sto cercando (di nuovo) lavoro e ho già litigato con buona parte delle teste di cazzo milanesi che, credetemi, sono davvero tante.
Poi ho trovato il coraggio di comprare una imbarazzante pelliccia (ovviamente finta) leopardata con la quale qui posso andare in giro senza essere osservata e anche se le secche sono troppo secche io continuo a mangiare il gelato al pistacchio che dicono sia quello più calorico e anche sti grandi cazzi e gli sfilatini alle olive di Princi.
Non ha nevicato e in piazza Duomo ci sono i maledetti tipi che vendono i chicchi di non so quale cereale da lanciare ai piccioni e provateci voi ad attraversare una piazza con tutti quegli sgorbi che ti svolazzano in faccia, perché a loro di te non gliene frega mica niente, mica hanno paura i maledetti, e niente adesso scusate ma devo vestirmi da indie (occhio, non ho detto da hipster, sembra strano ma esiste ancora una sottile differenza) perchè devo andare in un posto hipster (dove quindi sarò chiaramente fuori luogo, come sempre d’altronde).
Chissà come sarà la mia convivenza, nel frattempo mi sono composta una canzone tutta per me che fa “whooo’s that giiiirl, it’s Denai”.
(L’avete già sentita, eh??)

La presa a male poche ore prima della partenza è il mio marchio di fabbrica.

Mi sfioro il tatuaggio sul braccio, penso a te e un po’ mi squarcio dentro.
C’è una candela accesa disegnata e ha una fiamma bella potente di quelle che non si spegneranno mai e poi mai, nemmeno quando sarò cenere anche io.
Ti porto via con me nelle foto, nelle dediche sui libri, nei vinili e sulla pelle, e nella mente e nel cuore e nelle ossa e sulle spalle.
Non ti metto in uno scatolone ma ti faccio sedere sul posto a fianco a me sul treno.

Ho bevuto, fumato, riso, non pensato per sei mesi e poi a un certo punto arrivano le 40 ore prima della partenza ed è tutto un turbinio di lacrime e tristezze varie.
Alla stazione non mi accompagnerai e non ti chiamerò al mio arrivo, non ci manderemo i messaggi della buona notte e non verrai a trovarmi, non mangeremo la pizza sotto casa mia e non mi chiederai di portarti nei negozi belli.
Ed è come se partire fosse un po’ morire e un po’ scappare, e spiegaglielo tu alla gente che a te sta bene così.
Che C’è da fare, da studiare, da scrivere, da lavorare, da cantare e da ballare, c’è da ricominciare e da renderti fiero di me.

Non auguro a nessuno di perdere la persona più importante della propria vita troppo presto, ma spero che, se dovesse succedervi, abbiate accanto delle persone meravigliose come quelle che ho avuto accanto io.
Che se non piangi non fa niente ma se piangi è pure meglio, se a mezzanotte del primo gennaio ti esce una lacrima e poi dieci e poi cento perché l’anno brutto se ne è andato va bene così, nessuno ti dirà che sei noiosa perché sei fragile anche tu che non piangi mai di fronte alle persone, ma ti porteranno in bagno a pulire le guance nere di mascara e ti guarderanno frignare mentre parleranno di altro per farti passare la crisi.
Che dopo le litigate e le sfuriate e il non parlarsi e la lontananza alla fine passa tutto e arrivano le attenzioni e fanno bene, fanno tanto bene.
Che se pensi di essere una roccia e in realtà scopri di essere fatta di nuvole ti convincono che sei come pensi di essere, che cazzo niente ti butta giù e tutto scivola via.
Che “le cose lasciale qua e te le portiamo poi noi”, che “tanto ti veniamo a trovare”, che “ci mancherai” e che “ti veniamo a salutare in stazione”, che “ti voglio bene” e che “spaccali tutti”.
Che nessuno chiede niente e nessuno nomina ma poi se nomini tu allora nessuno ti zittisce, che avere la mente occupata sempre e stare fuori da questa casa dove prima c’eri tu rende tutto più facile e io infatti la mente ce l’ho avuta occupata e a casa non ci sono stata mai.
Che è come un video su youtube col buffering e quando finalmente finisce è tutto pronto e allora ciao, via.

Io torno a Milano, ci torno col sorriso e con le paranoie, che è il mio ritratto perfetto.

Torno a Milano e mi porto dietro te, e all’improvviso tutto il resto non conta più e niente mi fa più paura.

come quando faccio le liste per ricordarmi le cose da fare e poi ne faccio altre per ricordarmi le cose che ho dimenticato di mettere nella lista precedente.

Cose che troppo spesso dimentichiamo di fare perché perdiamo troppo
tempo a incazzarci.
Cose che vorrei fare.

Cose che dovrei fare.
abbracciare, dare i baci sulle guance, dedicare le canzoni, scrivere le
canzoni, fare un cd per qualcuno, comprare un regalo, preparare dei biscotti,
confidarsi con gli amici, tenersi per mano, lasciare post it, mandare sms dolci,
ma pure solo un cuore su whatsapp, passare la notte in giro, passare la notte
in macchina, prendere un aereo insieme, palparsi a vicenda, farsi palpare le
tette, bersi una bottiglia di vino in 2, offrire un cocktail, mangiarsi un
panino sotto il colosseo e far incazzare Alemanno, passare la serata sul divano
a farsi le coccole, guardare un film, stare intrecciati sotto una coperta,
toccarsi con i piedi freddi, passarsi le mani tra i capelli, viaggiare in
macchina, cantare insieme una canzone che piace a entrambi, passeggiare a Roma
di notte, o a Milano, parlare, piangere insieme, raccontarsi quello che ci è
successo durante la giornata, dirsi che va tutto bene, mandarsi delle mail, andare
al mare e tornare a casa con la sabbia nelle scarpe, fare il bagno notturno,
sentire freddo, scaldarsi col corpo di un’altra persona, mettere le magliette
di un’altra persona, o le felpe, o i calzini, o le scarpe, spruzzarsi il suo
profumo, fare a botte, litigare, fare pace, fare l’amore ma non scopare,
scopare ma non fare l’amore, mettere le dita nelle orecchie, lamentarsi perchè
mi danno fastidio le dita nelle orecchie, fare il solletico, ma sperare che non
me lo facciano perchè morirei, parlare della morte, della vita, parlare di mio
padre, portare qualcuno da lui, della malattia, dell’infanzia, parlare della
propria famiglia, regalare un girasole, ricevere un girasole, elargire
complimenti, mordere le persone, mordere le cose, mordere l’aria, fare la
doccia e farsi entrare l’acqua calda nella bocca, fare progetti, prendere in
giro, prendersi in giro, ballare sui tavoli da ubriaca, vomitare, svegliarsi
col mal di testa, trovarsi addosso i lividi, spingere, cadere, rialzarsi,
essere spinti, camminare nei boschi, comprare lo stesso cappello, farsi le canne
, andare al cinema da soli, andare al cinema in coppia, andare al cinema in
gruppo, limonare al cinema, tirare i pop corn a quelli seduti davanti, tingersi
i capelli, avere un trombamico, ascoltare le canzoni tristi, cantare le canzoni
tristi, ascoltare le canzoni felici, ballare le canzoni felici.

E altre e altre cose che al momento non mi vengono in mente perché sono
troppo impegnata a cucinare muffin salati.