sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i vaffanculo.

vaffanculo si nasce, e io lo nacqui.

il vaffanculo è un’arte e per quanto ci proviate no, non tutti siete in grado di dirlo con la stessa poesia col quale lo dico io.
ho iniziato a usarlo molto giovane, quando per esempio mi innamoravo sempre del ragazzo sbagliato che aveva già una fidanzata, o era gay, o mi trovava orribile, o troppo bella, o semplicemente non sapeva nemmeno che io fossi stata messa al mondo.
l’ho usato quando sono stata tradita, usata, poi dimenticata.
l’ho usato quando venivo sfruttata sul posto di lavoro, quando non mi stava più bene pulire i cessi delle piscine nonostante io fossi stata assunta come bagnina, quando la professoressa di tedesco mi metteva i bastoni tra le ruote e quando arrivavo seconda alle gare per un soffio.
lo uso adesso per commentare quello che non mi piace, per manifestare disappunto, per scherzare e per far capire alle persone che il loro parere mi interessa tanto quanto a mio nonno interessa la fisica quantistica.
lo userò in futuro per trovare marito, e poi per eliminarlo dalla mia vita.
il vaffanculo è quel passepartout che ti permette di arrivare dove vuoi, meglio dell’allargare le gambe.
è un amico sincero che ti permette di toglierti qualche sassolino della scarpa o di eliminare dalla tua vita qualcuno che proprio non ti va a genio.
pensateci bene, pensate a voi incazzati neri per qualcosa e ce l’avete proprio lì, sulla punta della lingua, ma non potete sfogarvi no voi proprio non potete farlo perchè non va bene.
poi immaginate voi che, in piedi su un tavolo o su una verde collina urlate “vaffanculo” a pieni polmoni.
è più terapeutico dello strizzacervelli, di jung e di freud messi insieme.
e sono solo dieci lettere.
forse dovremmo tutti dire più spesso qualche vaffanculo.
è rivoluzionario. è liberatorio. è forse l’unica cosa che ci resta.
e basta con questi finti buonismi, con la gente che non dice le parolacce o con le donne che pensano che sia scortese e poco chic.
ricordate sempre che le parole sono importanti, e lo sono anche le parolacce.
e vaffanculo.
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il lavoro ai tempi del colera (sociale).

cercare un qualsiasi lavoro oggi è difficile, e questo non devo di certo dirvelo io.
si parla di precariato, di disoccupazione, di giovani fannulloni, di laureati a spasso, di fuga dei cervelli.
i contratti sono imbarazzanti, durano sei mesi se sei fortunato, tre mesi se sei uno sfigato, uno se sei denise.
le paghe sono scandalose, quando ci sono.
ma qualcosa per campare bisogna pur fare, e finchè sei una studentessa con due sogni nel cassetto e tre nell’ armadietto ti accontenti di qualunque cosa, giusto per tirar su quei pochi spiccioli che ti servono per andare a prenderti una birra con le amiche o per pagarti l’affitto.
quindi qui non parliamo del lavoro dei sogni, quello per il quale studi e butti soldi, che quello se ti va bene lo raggiungi a quarant’anni e per una sonora botta di culo.
quando stampi 50 curriculum europei (che sia maledetto colui che li ha inventati, che solo per redigerlo ci vorrebbero sei dottorati a oxford) e sei consapevole di aver sprecato chili di carta e inchiostro (e poi vogliamo parlare di quanto cazzo costa oggi fare delle maledette fotocopie?) e ti fai i chilometri a piedi per lasciarli un pò ovunque ma sai già che finiranno nel secchio (e manco nella differenziata, maledetti stronzi) il rodimento di culo ti sale così alle stelle da far solleticare il culo ai marziani.

ogni volta che mi ritrovo a lanciare nell’immenso mondo di internet centinaia di curriculum (come risposta ad annunci del tipo “cercasi sguattera sottopagata”) poi non è tanto meglio, scopro qualche dettaglio che non sapevo e che, puntualmente, mi fa pentire di non aver ancora sposato un 80enne ultramiliardario.
se almeno quando li consegni dal vivo puoi provare a puntare sull’essere carina o su uno sguardo ammiccante (e non è il mio caso) o su una trascinante simpatia che fortunatamente ti è stata regalata alla nascita ( e questo è il mio caso), su internet tutto questo non succede.
ti si chiede di allegare ALMENO due foto, una formato tessera e una a figura intera, e se la tua fotogenia è pari a quella di un macaco addormentato sono cavolacci tuoi.

la parte divertente è googlare, ad esempio, “cercasi cameriera” o “lavoro segretaria” e trovare miliardi di annunci per i quali se siete una taglia 40, bionda naturale, con un culo scolpito con lo scalpello e uno stacco di coscia che manco la Sharapova  avete tutte le porte aperte.
si perchè ormai per qualsiasi lavoro è richiesta “bellissima presenza”, persino per distribuire volantini o fare la banchista al fornaio di un paesello di cento anime.

altra caratteristica che vi aiuterà è l’essere madrelingua russa o cinese. per carità onore al merito a chi conosce più di una lingua, che io già fatico con l’italiano, ma io sto cercando un lavoro da commessa in un centro commerciale di provincia, se mi fossi fatta un culo tanto per studiare e adesso parlassi correttamente sei lingue magari cercherei qualcosa di più edificante.

insomma, quello che ho scoperto è che sono :
– troppo grassa per fare la bagnina
– troppo magra per essere una modella di taglie forti
– troppo stronza per lavorare con i bambini
– troppo buona per lavorare con gli anziani
– troppo intelligente per fare la cassiera al supermarket
– troppo stupida per fare la contabile
– troppo ignorante per strappare i biglietti al museo di arte contemporanea
– troppo bella per pulire i cessi del mc donald’s
– troppo stramba per fare la hostess agli eventi
– troppo normale per fare la commessa da h&m
– troppo particolare per fare la commessa da chanel

io ho il culone. ho la panza. ho i capelli corti. ho i brufoli sulla faccia. porto i tacchi tre volte l’anno. non parlo russo. e nemmeno cinese. non sono un genio. ma nemmeno una scema. non sono un escort. non sono laureata.
quindi, per pagarmi la benzina, che cosa devo fare?

quello che non ho è un blog famoso.

quello che non ho è un fidanzato geloso.
quello che non ho è un fidanzato.
quello che non ho è una quarta di reggiseno.
quello che non ho è un culo da modella di intimissimi.
quello che non ho è la fiducia negli uomini.
quello che non ho è la fiducia nelle donne.
quello che non ho è una famiglia perfetta.
quello che non ho è una vita perfetta.
quello che non ho è il ritmo.
quello che non ho è un lavoro a radio deejay.
quello che non ho è un lavoro al rolling stone.
quello che non ho è la voglia di raccontare i cazzi miei.
quello che non ho è una laurea.
quello che non ho è la fiducia nel futuro.
quello che non ho è una taglia 42.

quello che non ho sei tu.

quello che ho, invece, è il tempo per star qua a buttar giù una marea di minchiate.

innamorarsi è bene, non innamorarsi è meglio.

se vendessero l’autostima sul banco del reparto surgelati del supermercato sarebbe tutto più semplice.
purtroppo, invece, non succede. e nemmeno te la danno in dotazione quando nasci.
se  non hai l’autostima la gente intorno a te se ne accorge. e se non c’è modo di reperirla neanche sottobanco, neanche al mercato nero, allora stai messa molto male.
se ti innamori ma hai l’autostima sotto i piedi non affronti nemmeno il problema di buttarti a capofitto in questa avventura, perchè pensi di non essere all’altezza, pensi di non essere abbastanza carina per lui o di non essere abbastanza intelligente per affrontare un discorso o abbastanza simpatica per farlo ridere o abbastanza profonda per farlo piangere o abbastanza interessante per fargli venire la voglia di vederti o non hai abbastanza tette o abbastanza il culo sodo o troppa cellulite o un brutto taglio di capelli.
se disgraziatamente succede che cominci a sentire le farfalle nello stomaco (e io non me le posso permettere perchè sono vegetariana) cominci a entrare nel vorticoso vortice dell’ oddio-mio-ma-dove-voglio-andare ed è un vortice senza uscita, non bastano le persone che ti dicono che non è vero.
allora io mi domando, ma perchè mai dovrei mettermi a pensare a tutto questo, la mia vita non è già abbastanza incasinata così com’è?
perchè dovrei perdere tempo dietro a storie che non sbocceranno mai, a situazioni che resteranno in una fase di stallo per mesi senza che mi rimanga in mano niente.
autoconvincersi che prevenire è meglio che curare è tutto ciò che resta a noi donne sfiduciate e che continuano ad essere prese per il culo come se fosse una disciplina olimpica.

ho scritto vaffanculo sulla sabbia

la canzone diceva t’amo, si lo so, ma io t’amo non lo dico e non lo scrivo, non lo penso e poi è solo licenza poetica dato che a Milano la sabbia non c’è.
quisquilie.

oggi sono qui perchè vorrei concentrarmi sul concetto di “arrivederci”.
l’arrivederci è un orribile invenzione del demonio per farci soffrire come dei pavoni ai quali hanno strappato le piume della coda una per una.
io non li sopporto, non ne sopporto nessuno, di nessun tipo : quelli sui binari, quelli in aereoporto, quelli dopo le vacanze, quelli della fine di una qualsiasi storia, quelli giustificati, quelli improvvisi, quelli notturni, quelli diurni, quelli al freddo, quelli al caldo, quelli meritati e quelli non.

l’arrivederci è così bastardo da essere a volte indecifrabile. è diverso dall’addio, perchè quando dici addio lo fai perchè intendi chiudere qualcosa per sempre, ed e diverso anche dal ciao, perchè il ciao invece è quello che ti permette di tornare indietro in ogni momento, è quello che usi quando pensi di abbandonare qualcosa o qualcuno a brevissimo termine.
l’arrivederci io lo vedo un po’ come uno “stammi bene”, che è terribile da dire, peggio di una sediata sui denti, e se ne sta li nel mezzo, e come tutte le cose che stanno li nel mezzo mi fa schifo.

odio così tanto gli arrivederci perchè mi perseguitano dalla nascita.
dicevo arrivederci a mio padre quando mi riportava a casa dopo la giornata passata insieme (a breve parleremo della situazione dei figli di genitori separati, quelli che per la maggior parte delle persone che purtroppo sono state dotate della capacità di respirare sono dei debosciati drogati emotivamente provati dall’esperienza delle battaglie legali),
dicevo arrivederci alle mie amiche quando ogni fine settimana prendevo il borsone e me ne andavo in giro per l’italia a gareggiare (nella mia vita precedente ero una prima nuotatrice poi triathleta agonista)
ho detto arrivederci all’unico fidanzato che io abbia mai avuto perchè abitava lontano, quindi dopo ogni incontro era un arrivederci, e poi l’ultimo si è trasformato in un addio rendendomi la zitella che sono da anni a questa parte.

a settembre, poi, ho detto arrivederci a roma.
non c’è niente di peggio del rendersi conto che la città che ti ha cresciuta, che hai amato e idolatrato per anni in realtà non vale proprio un cazzo.
ho piroettato dal nord al sud per mesi perchè la famigghia è importante e la mia è di quelle numerose e affettuose e morbose e forse un po’ troppo, ma è pur sempre la mia famiglia.
è stato un ping pong di arrivederci tra roma e milano e roma passando per torino e bologna e guidonia e la provincia.

a febbraio ho di nuovo ballato un lento con un arrivederci.
ho salutato milano e sono tornata a casa.
tornare indietro a volte può essere una sconfitta, ma lo è nel caso in cui lo fai per una tua scelta, non quando la scelta è obbligata perchè qualcuno ha deciso di metterti i  bastoni tra le ruote per spronare a fare sempre meglio.
l’ultimo arrivederci della mia vita è stato il più brutto e il più difficile, tant’è che da quasi tre mesi lo digerisco ancora poco.

mi si chiede perchè sono tornata e non sono mai in grado di rispondere.
mia nonna mi ha detto di mentire dicendo “che te frega, tu di che sei tornata per amore”.
la verità è ci sono momenti nella vita in cui ti rendi conto che tu non hai alcun potere decisionale.
è importante essere consapevoli che c’è sempre qualcosa pronto a destabilizzarti proprio quando hai trovato un minimo di equilibrio.
quello che posso dire a mia discolpa è che io non c’entro niente.

glisso sempre tutte le domande riguardanti il mio ennesimo colpo di testa con un, manco a dirlo, “arrivederci”:
 ho detto arrivederci a milano perchè al momento il posto dove devo stare è roma.
e a voi, sinceramente, non ve ne deve fregare proprio un cazzo.